
Due passioni nate più o meno nello stesso periodo, quello della corsa alla maturità del vivere, pensionamento alle porte, tempi lenti dei genitori anziani, figli ormai grandi, nipoti ancora fra le stelle. Stato d’animo che richiamava per certi aspetti le energie adolescenziali del “cosa faccio, cosa studio, dove vado, cosa sarà di me ora”. Situazione piacevole. E ho scelto lo shiatsu, compagno di serate tranquille e strane, forse per accudire la schiena, forse per rilassare la mente utilizzando le mani, forse per dare benessere al corpo mio e altrui senza dover “sudare”. Non amo infatti le attività sportive che fanno sudare, l’impegno e la costanza nella fatica me li sono giocati nel portare avanti una grande famiglia, una professione impegnativa, casa, bucati, spesa, partecipazioni varie su tanti fronti. La decisione presa in quel periodo è stata: “ora tempo per me”.
Da quel momento il tempo dedicato allo shiatsu è stato un tempo appassionato, un mondo nuovo di esperienze, conoscenze, apprendimenti e amicizie. Molti attorno mi hanno chiesto “ma cosa ci trovi?” e devo dire che non mi sono mai impegnata troppo nel rispondere, già sapevo che definire lo shiatsu a chi non lo conosce risulta sempre riduttivo, o troppo emotivo o troppo razionale: non funziona. In realtà io ci trovavo molto e ho continuato a praticare, approfondire, leggere e aggirare ostacoli. Polsi dolenti, samurai, seiza, seiza puntato (che dolore!), gomiti, stili differenti, stiramenti, kata, Accademia, primo-secondo-terzo-quarto percorso, seminari nazionali (potrei descrivere i corridoi, la scalina a scendere e il salone di Tabiano quasi meglio delle stanze di casa mia). APOS. E poi la ricchezza sorprendente dei tanti, tanti trattamenti agli ospiti con disabilità dei centri residenziali e di lavoro della mia città. In tutto questo sempre avendo accanto, nei silenzi e nelle parole, negli insegnamenti fondamentali e nella fedeltà al nipponico “guarda e impara”, l’anima fondatrice del nostro Centro GISHIATSU, Gis appunto, Gisella Bongiovanni. Grazie Gis!
Lo confesso, anche molte difficoltà. La più grande è stata spesso la noia, 4/5 trattamenti consecutivi e le ore che non passano mai. Quante volte ho guardato gli orologi dei saloni o quello riposto ai piedi del tatami e mi sono detta “no, ancora uno, non ce la posso fare”. Ho imparato che la noia è una maestra esigente, ma insegna tantissimo, e cose importanti. Allentare il respiro, rinfrescare la mente lasciando andare il pensiero, dedicare al proprio Uke l’attenzione costante e benevola che merita e richiede, anche recuperare le indicazioni teoriche dei libri letti e delle lezioni ascoltate. Osservare. Una formica sul pavimento, una zanzara che svolazza fastidiosa, la luce che pian piano si abbassa e non c’è bisogno di accendere lampadine, perchè le mani sanno cosa fare anche nella penombra. E intanto il respiro di entrambi che rallenta, pressioni, pollice, punti e meridiani, palmo che scalda, muscoli e articolazioni che si distendono, la sensazione precisa di stare facendo qualcosa che ha un senso.
La stessa sensazione di “senso” che mi ha sempre trasmesso il fare poesia. Altra passione, ambiti diversi, la Scuola Holden, gli amici Poeti Mannari, giocare con le parole nel proprio silenzio, dar loro voce, galoppare su emozioni rapprese e poi ritrovate, dar voce all’io in modo discreto, senza bisogno di straripare o infastidire se stessi e gli altri. Anche questa una passione silenziosa che richiede impegno e costanza, umiltà nel porsi obiettivi e valutarli. Senza parlare del piacere poco frequentato dai più, ma intenso, di leggerla, la poesia, andando a cercare tra versi e rime storie dai più diversi colori. Ogni tanto sconfinando con le poesie nello shiatsu o utilizzando viceversa gli spazi mentali della pratica shiatsu per elaborare pensieri e scritture poetiche. La domanda inevitabilmente ovvia che mi sono fatta è stata a un certo punto “ma cosa hanno in comune queste due passioni per procedere così perfettamente affiancate e arricchirsi l’un l’altra?”.
La risposta è stata molto semplice: si assomigliano. Hanno bisogno dello stesso atteggiamento mentale ed emotivo, non si disturbano mai vicendevolmente. Partendo dalla più banale osservazione: sono due discipline di cui molti, forse tutti, credono di sapere, ma in realtà sanno poco. Così lo shiatsu diventa un “massaggio” e la poesia una alta e noiosa pratica letteraria riservata a pochi eletti o annoiati scolari. Volendo chiarire a me stessa, ma anche a chi nel mio gruppo shiatsu era interessato a questo discorso, il fenomeno della particolare convergenza shiatsu/poesia ho pensato di partire dalla diffusa credenza che si può sintetizzare in “io non lo potrei fare, troppo impegnativo, è riservato a pochi”. Mi è venuto in soccorso proprio il Giappone, il popolo e la cultura a cui ogni shiatsuka deve la propria disciplina, e lo ha fatto con una tradizione poetica antica e singolare: gli HAIKU.
HAIKU sono brevissimi testi poetici in tre versi rispettivamente di 5-7-5 sillabe ciascuno, nati come introduzione a poemi più ampi, poi divenuti nel XVII secolo testi autonomi grazie a Matsuo Basho, il grande sacerdote dello haiku. Anche in questo caso definire è difficile perché si tratta di fissare e sintetizzare in 17 sole benedette sillabe un istante vissuto, un’emozione improvvisa o antica, un pensiero che magari è di assoluto rilievo sia per chi legge che per chi scrive. Come nello shiatsu il gesto deve essere netto e preciso, negli haiku le limitazioni formali devono costringere il pensiero all’essenziale, la descrizione all’essenza del reale. Il risultato è spesso folgorante e di così immediata comprensione che subito viene voglia di provarci e sui tatami in un attimo è stato tutto un contare di sillabe sulle dita, quasi un laboratorio poetico completamente dimentico dell’io non lo potrei fare, è riservato a pochi. Ognuno è arrivato a un suo haiku personle e quando si è ritornati alla pratica shiatsu sembrava di vederli gli haiku volare, come farfalle nel salone.

FARFALLA VOLA
SUL TATAMI DISTESO
PORTAMI CON TE
Malù Lombardi
